Pensare al bar senza pensare al bar



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Il Bar è morto! Evviva il Bar!

Ammettiamolo. Tutti abbiamo pensato che la pandemia, se non fosse stata contrastata efficacemente e rapidamente con la vaccinazione di massa, avrebbe prodotto una catastrofe nel mondo dell’accoglienza, di proporzioni ancora maggiori rispetto a quella che si sta verificando.

La buona notizia è che i bar, quelli rimasti in piedi,  stanno ricominciando a macinare lavoro, grazie agli allentamenti  delle varie restrizioni.  Sommessamente, qualcuno ammette di fare gli stessi incassi pre-pandemici con meno ore di apertura, a conferma di un vero e proprio mutamento delle abitudini di consumo, soprattutto nelle grandi aree urbane.

Che si tratti di un fenomeno passeggero o strutturale, non ci è ancora dato saperlo, ma voglio utilizzarlo come spunto per andare a trattare un altro argomento in evoluzione, che riguarda stavolta i confini del bar.

Il modello del bar come attività a sé, indipendente, magari in alcuni casi inserita all’interno di hotel, stazioni, centri commerciali e, più in generale, all’interno di contesti di grande assembramento – si può dire o è una parolaccia? – è sempre più spesso affiancato da nuove conformazioni.



foto de i conoscenti bologna ristorante con cocktail bar
I Conoscenti, Bologna. Ristorante con Cocktail Bar.

La più diffusa li vede inseriti all’interno di nuovi e vecchi ristoranti. Qualcosa di ampiamente già visto al di fuori dei confini nazionali, che sta diventando quasi una regola anche nel Bel Paese, a tutte le latitudini: un angolo bar non se lo nega più nessuno, neppure pizzerie non propriamente gourmet e men che meno i ristoranti à la page delle più popolate città italiane.

Con una piccola bottigliera ed una discreta selezione di prodotti, talvolta anche solo con semplici ready-to-drink, in tanti provano – talvolta ci riescono anche – ad andare incontro alla richiesta, sempre in aumento, di una fetta di clientela appassionata e, in qualche misura, educata al buon bere, che chiede di poter sorseggiare un drink senza dover necessariamente cambiare la location scelta per la cena.

Questa preferenza si sta manifestando anche nella fascia oraria dell’aperitivo e quindi anche i cocktail bar stanno sviluppando e implementando la propria offerta di food, operando talvolta anche in maniera creativa, per fronteggiare i limiti imposti da permessi e licenze, ad esempio, stringendo intelligenti alleanze commerciali con altre attività di vicinato.

Tutto questo è semplicemente meraviglioso, perché esprime pienamente quello spirito nostrano fatto di fantasia, resilienza ed arte dell’arrangiarsi che, da sempre, ci ha permesso di (ri)emergere dai momenti più complicati.

Fare squadra e vincere insieme, come un’unica grande brigata, fa parte di una filosofia sempre più compresa, secondo la quale, il flusso di clientela che frequenta una zona, un quartiere o una via, porta benessere a tutte le diverse attività presenti all’interno della stessa e non solo al singolo esercente.



Ma torniamo a noi.

Soprassedendo sul fenomeno del delivery dei cocktail, già ampiamente dibattuto, è interessante citare anche i tanti esempi di bar su ruote: biciclette, ape-car e van di tutti i tipi. I bar escono dalle proprie mura per andare a trovare i clienti, seguendo una logica capovolta, in cui è il bar ad andare verso di loro.

Proprio la sempre più frequente smaterializzazione del bar è uno dei segni più interessanti dei nostri tempi e qualunque imprenditore o operatore del settore è chiamato a prenderne consapevolezza in fretta, per non rimanere spiazzato.

Il bar è ormai uscito dal suo perimetro canonico per ritrovarsi catapultato in contesti, fino a qualche anno fa, impensabili.

Se è pur vero che questo fenomeno esiste già da qualche anno, è altrettanto vero che era perlopiù circoscritto alla presenza di caffetterie all’interno di concept store, showroom, librerie, barberie e via discorrendo.

Oggi, invece, è la mixology a fare tendenza in quegli stessi luoghi ed in molti altri.

Un esempio piuttosto recente è il bar presente all’interno del Volvo Studio aperto nel 2017, a due passi dai celebri quartiere Isola e Garibaldi a Milano, che accompagna i visitatori all’interno di un’esperienza lontana anni luce da quella del semplice concessionario, in cui gli asset decisivi sono innanzitutto i valori del brand ed un certo lifestyle e dove le automobili diventano arredamento.

Il bar, anche fuori dal suo contesto tipico, si palesa come minimo comune denominatore tra persone, in cui trovano spazio pensieri, idee, passioni e, perché no, scelte sul prossimo modello di vettura da acquistare.

Ancora più suggestivo e, a mio avviso, interessante,  è il primo Hair Bar italiano, aperto da pochi giorni a Milano nella centralissima via Turati. Di ispirazione newyorkese, con un mood splendidamente ispirato agli anni ’50, ma in chiave ultramoderna, si tratta di un salone di bellezza che ha mutuato completamente il linguaggio estetico e iconografico del cocktail bar, ma senza replicarne l’offerta in alcun modo.

Dalla bottigliera, al bancone, alle sedute, tutto porta a domandarsi se in quel posto facciano messe in piega o Boulevardier, ma l’idea forte è quella di prendere in prestito proprio dal cocktail bar la sua atmosfera cool, fresca e vitale, senza miscelare un solo drink.

Vuoi sapere perché lo trovo rilevante?

Semplice. Apre un nuovo scenario e, se non l’abbiamo già fatto, ci spinge a pensare al bar senza pensare al bar.

Mi spiego meglio:

1. Occorre esercitarci a pensare al bar come a qualcosa che può accadere nei contesti più disparati;

2. E’ importante comprendere che i suoi simboli sono dotati di una forza comunicativa tale da poter essere trasportati al di fuori dal loro contesto, senza perdere di significato.

Sarebbe sbagliato non chiedersi come sfruttare tutto questo nel proprio business, per far evolvere la propria attività o semplicemente per pensare alla ricetta del prossimo cocktail o alla nuova drink list.

Perché se oggi, sedendosi al bancone del bar è possibile ricevere un massaggio rilassante, un trattamento no-age o i colpi di sole, allora, parafrasando il grande Notorious B.I.G., il limite è (soltanto) il cielo.

Yo!
Pierpaolo Maggio

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Pierpaolo Maggio

Amo approfondire le cose. Ho una laurea in Giurisprudenza, una in Scienze dei Beni Culturali ed un Executive in Marketing alla Bocconi di Milano. Sono specializzato nel supportare la crescita di nuovi business: lo chiamano Growth Hacking e lo faccio per Vargros dal 2016. Nel 2020 sono entrato anche nel team di Giovanni Ceccarelli e di Drink Factory.

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